11 Settembre

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Il giorno prima.
“Ho capito, sei arrabbiato!”
Erano quasi le due del pomeriggio e non mi ero ancora fatto sentire.
“No, non lo sono.”
“Quando ci vediamo?”
“Stasera ho bisogno di una serata relax, di mettermi su un bel film” le risposi.
“Relax? Ancora?”
“A Londra mi sono stancato sai? Non ero in spiaggia, si fatica a camminare tutto il giorno!”
“Mi fai morire”
“E’ stato molto impegnativo!”
“Quindi quando ci vediamo?”
“Non lo so Giulia.”
“Domani ceniamo insieme?”
Non ero abituato che fosse lei a prendere iniziative e l’invito mi disorientò.
“Domani va bene”

11 settembre

Ero uscito addirittura prima dal lavoro per essere sicuro che tutto fosse in ordine. Nulla sarebbe dovuto andare storto.
Era la mia sera, la mia cena, l’occasione che non avevo ancora avuto per provarle il mio vero interesse.
Avevo prenotato un tavolo in uno dei miei ristoranti preferiti, un posto delicato, sofisticato al punto giusto, con una buona cucina tradizionale e un’ampia scelta di vini. A Giulia sarebbe piaciuto.
Avevo tirato a lucido casa tra le 17.00 e le 18.00 con un’operazione degna di un commando militare.
Lenzuola pulite, vino in fresco, soggiorno in perfetto ordine.
«Ma come fai ad essere così ordinato?» Mi chiese poche ore più tardi. Rischiando l’infarto, le avrei voluto rispondere.

“Mi passi a prendere?”
“Chiaro.”

Niente mezze misure, benché il ristorante fosse praticamente a due passi da casa mia e Giulia a più di venti chilometri.
“Ma devo mettermi il tacco?”
“Io esco in tuta” scherzai.
“Ok allora calzini e infradito. A che ora devo scendere?”
“Sarò da te per le 21.00”

Camicia bianca, pantaloni beige, profumo senza esagerare, barba in ordine, macchina pulita dentro e fuori. Un bel respiro e via.
Ore 21.02 “Eccomi”.
La puntualità mi assilla, di norma sono sempre in anticipo… Che stress. Vite intere perse ad aspettare in auto o dietro l’angolo di un muro per non suonare prima del tempo.
Giulia scese su tacchi che la rendevano più alta di me. Meravigliosa, come sempre, con quegli occhi che mi facevano vedere le stelle.

«Vieni, entriamo.»
Il ristorante era pieno, ma l’ambiente manteneva sempre un buon livello di intimità. Ci sedemmo al tavolo, uno a fianco dell’altra.
«Tu scegli cosa mangiare Giulia, io il vino.»
Un Traminer aromatico, un pinzimonio in due come antipasto, e una tagliata favolosa.
«Quella è sempre ferma lì, e ci fissa.» Dissi ridendo della bottiglia d’acqua che Giulia aveva voluto ordinare ad ogni costo, ancora chiusa e sigillata al momento dei caffè.
«Prendi un amaro?» Chiese.
«Si, da me.» Sorrisi.
«Non facciamo tardi però.»
«Allora faremmo meglio a sbrigarci.»

Ci sdraiammo sul tappeto del soggiorno con una Vecchia Romagna invecchiata quasi cinquant’anni. Lei si divertiva a fare la selezione musicale con Spotify collegato alla televisione.
«Ma che roba è?» l’aveva bevuta quasi di getto.
«Ancora?»
«Si…»
Poi mi baciò e il tempo iniziò a contare i minuti, mentre il tappeto si faceva più scomodo.
Le presi la mano e la portai di sopra, in camera da letto.

«Non possiamo più farlo. Non ce la faccio più.»
Non erano passati nemmeno due minuti da quando eravamo rimasti stretti e accaldati ad ascoltare il nostro respiro, mentre le accarezzavo la schiena nuda.
«I sensi di colpa mi stanno distruggendo. Io non voglio perderti, ma non posso più vivere in questo modo.» Aggiunse.
«Dovremmo stare insieme Giulia.»
«Ne abbiamo già parlato, sai come stanno le cose. Non ti conosco affatto e non mi bastano un paio di settimane per decidere se fare un gesto così.»

Quante serate iniziavano ad accumularsi finite in quel modo. Partite bene, vissute meglio, nel pieno della nostra intesa e poi terminate con una sua chiusura, ogni volta così amara da digerire.
Un colpo che batte sul livido di quello precedente, facendo sempre più male.
«Va bene.» Dissi. «Neanche io voglio perderti. Ci basterà non arrivare più a questo punto. Passiamo un po’ di tempo insieme e finiamo le serate prima di ogni pericolo. Anzi sai che ti dico, sabato mi accompagnerai in un posto.»

Lei si stava già rivestendo, con gli occhi bassi e la mascella contratta. Le vedevo quell’espressione tesa sempre più spesso.
La portai a casa e ritornai indietro con tutto l’amaro che la serata aveva potuto lasciarmi.
Era così faticoso vivere questa relazione. Per me era tutto sconosciuto e cercavo solo di fare del mio meglio, ostinato a voler giocare per lei ogni carta prima di arrendermi. Ma ad ogni mio gesto, ad ogni mia parola, ricevevo soltanto dei grazie. Era tutto quello che mi diceva.

Arrivai a casa e mi misi a letto. I cuscini sapevano di lei.
Prima di addormentarmi arrivò un suo messaggio:
“Grazie grazie grazie grazie grazie grazie”.

3 pensieri su “11 Settembre

  1. iblogvannnodimoda

    una volta ho passato tutta una notte a sentire l’odore lasciato dalla persona che adoravo sui cuscini di camera mia, chissà per quale motivo ancora ora ricordo quel profumo.

      • iblogvannnodimoda

        penso anche io…infatti è una delle poche cose che ricordo ancora bene nonostante che il tempo passi giorno dopo giorno senza di lui.

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