20 Novembre – La lettera di addio

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La prima volta che ti ho vista. Sei scesa dall’auto con le birre in mano. Un vestito intero. I tuoi occhi erano già lì. L’Autan e le zanzare. Il modo in cui ti muovevi quando sei venuta da me mentre grigliavo. La cena al giapponese. I tuoi problemi con il cibo rosso e i semi. “Si guarda negli occhi quando si brinda”. Poi la nostra prima uscita. “Ti aspetto per le nove, non tardare perché sono fragile di sbalzi di umore”. E io “Sarò in anticipo, ma non te ne accorgerai perché resterò nascosto dietro l’angolo”. I nostri sguardi al tavolo. I racconti. Babbo Natale e il Maniaco Sessuale. Le sigarette. Il tuo rossetto rosso e la mia camicia bianca. Tu che mi fai ordinare un negroni sbagliato. Poi altri due. Il ballo. Il lavoro che vuoi cambiare. La Ghirlandina storta e la Luna. Ordini un bicchiere d’acqua frizzante alle tre di notte. Noi a piedi nudi fino a casa. Il tuo bacio. Poi le tue lacrime. “Perché non sei arrivato prima”. Le mie paranoie. La tua intransigenza. Io “Mi hai completamente travolto”. Tu “Un fuoco che poi si spegne, forse è questo. Se tra un mese forse ancora penserai a quella sera allora si, ti avrò travolto”. Il tuo compleanno. Le bugie agli amici. In auto alla Maserati. Il tuo zapping sulla radio. Il tuo “ricordati di fare sempre l’uomo”. La tua pelle da accarezzare. La serata a Ferrara. Tu con la treccia. Le tue regole: 

“Comunque dobbiamo mettere delle regole… Tipo:
Non possiamo vederci senza la luce del sole …..
Insieme non si può bere alcool tranne se non in presenza di adulti
Mai fissarci negli occhi potrebbe essere tutto ancora più complicato
O almeno guardarci, ma non contemporaneamente.” 

Finalmente il tuo numero di telefono. Casa tua. Il Prosecco Ca’ Vescovo DOC. Le vaschette dei muffin come posacenere. La mia tensione. Le tue labbra. Il temporale fuori. I nostri corpi nudi. Le colazioni del tuo stalker. La mia rosa sull’auto sbagliata. I miei complimenti. I tuoi “grazie”. I miei pensieri. La tua abitudine di morderti il labbro se qualcosa ti preoccupa. I nostri messaggi mal interpretati. I litigi. Gli addii. La serata a Bologna. Messaggiarsi di nascosto davanti a tutti e i nostri sguardi infiniti che ci isolavano. “Con te è tutto bellissimo, noi stiamo bene, non c’è nulla che non vada, ma non abbiamo le basi. Non abbiamo le basi sufficienti perché io possa mandare in fumo tutto quello che ho costruito in questi mesi”. La mia rabbia. I tuoi continui ripensamenti. Il tuo continuo cercarmi. Il mio continuo cercarti. In nostro continuo cercarci. La serata in centro dove non ti considero. L’invito da te. “Ma certo che hai una scelta. So quello che ti ho detto, ma al tuo posto io me la sarei giocata, ci avrei provato lo stesso. Alcune volte mi è capitato e può finire che la prendi nel culo, ma potrebbe anche andarti bene”. E io “Ok Giulia. Bene. Allora da oggi niente più incostanza sarò spudorato, costante e deciso, ma non conterà più se mi dirai di smettere”. Tu che mi chiudi la bocca “Perché non mi baci?”. La mia tazza di Harrods. Non ci abbiamo mai bevuto insieme alla fine. Il tuo portone. I tuoi inviti a cena. Il tuo modo meraviglioso di mangiare disordinato e a qualunque ora della notte. I miei vestiti accuratamente ripiegati. I miei mille orologi. Tu che mi cambi sempre l’ora. Il tuo profumo. I tuoi tatuaggi. I Franciacorta. La mia mano tra i tuoi capelli. Chiudi gli occhi se ti accarezzo il viso. La mia Vecchia Romagna. Le cene fuori nei ristoranti dove sei sempre già stata. La tua playlist di Spotify, che ora è anche un po’ mia. Di nuovo le mie ansie. Di nuovo i tuoi “grazie”. La Tomba degli Amanti al museo. Mogol. La tua statua preferita, una piccola donna all’angolo del Caffè Concerto. La tua attenzione per i particolari, forse eri l’unica ad aver notato quella statua, ma da adesso sarò costretto a guardarla ogni volta che passerò da lì. Io e te, mano nella mano. Tu che scrivi sempre “ahah” o “mi fai morire”. E io che ho iniziato a scriverlo uguale anche senza accorgermene. La mia vendetta a pranzo dall’Ada. Tu che mi metti sempre i tuoi avanzi nel piatto. La notte passata da te. Tu che dormi e ti accarezzi, io che ti guardo e capisco di amarti. Poi ci allontaniamo. Vivere senza i tuoi baci. Vivere con le tue frasi dure. Fissare il tuo stato online su Whatsapp. Tu che mi richiami indietro. “Ti prego non uscire con Chiara. Resta solo con me”. Mi chiedi di rimanere a dormire. Le tue lacrime. La gelosia che mi spezza. Il nostro viaggio a Firenze. Tu che cambi stazione radio per 200 km di strada. Passeggiare con te che mi tieni il braccio. Fare shopping. A volte mi appoggi la testa sulla spalla. Poi di nuovo un altro periodo lontani. Tu che mi convinci di nuovo a tornare. Dici che mi sogni tutta notte, che pensi soltanto a me per tutta la giornata. Poi mi abbracci per l’intera serata. Io che penso di aver trovato una valida ragione per vivere e tu, tu che mi ringrazi. Le nostre infinite discussioni su Whatsapp.
Novantasettemiladuecentoventitre parole diverse. Centosettantotto pagine di testo.
Volate via in un battito di ciglia.
Tutto terminato in un “se sarà, saprei benissimo dove trovarti, ma non mi aspettare.”

Io che me ne vado l’ultima sera senza aver mai sentito una sola parola da te. Nemmeno una, nemmeno alla fine. Tu che mi ringrazi. Mi ringrazi sempre.
Tu che dici “Prima o poi dovrò dirglielo. E sono certa che mi perdonerà”. Io che mi sento solo come un errore da confessare a chi conta davvero, e di cui farsi perdonare. E con quella frase mi rendo solo un po’ più conto delle cose. 

Abbiamo scoperto che è possibile vivere tutte queste cose insieme e poi stabilire in un istante che se ne poteva fare a meno. Che è possibile non sentirsi mai più, non avere più bisogno dei messaggi, degli sguardi, degli abbracci, dei baci. Quando fino ad una manciata di giorni prima sembrava non potessi vivere un solo altro secondo senza di me. Resta un po’ l’amarezza. 

Questo regalo è per te. Portalo nei tuoi viaggi e pensami, di tanto in tanto, ma ti prego: non ringraziarmi più.

 

Immagino Giulia aprire il pacchetto insieme alla lettera che avevo lasciato sulla sua porta di casa. Da una piccola confezione nera forse intravide qualche luccichio d’oro prima di ritrovarsi tra le mani quell’orologio Casio.

13 pensieri su “20 Novembre – La lettera di addio

  1. melikebridgetjones

    Tu e il tuo blog scoperto per caso, proprio adesso…io sono un po Giulia, lui è tanto te…solo in una cosa lei aveva ragione: “Se vogliamo vedere una bella storia d’amore, andiamo al cinema”.
    Potrà non essere bella la vostra, ma di sicuro non è finita…

      • melikebridgetjones

        L’ho letto tutto il tuo blog, tre volte. Potrei leggerlo all’infinito. Aspetto i tuoi aggiornamenti, come se fosse la mia vita…fondamentalmente perchè è molto simile.
        Come so che non è finita? Non lo so. Ma se io fossi lei (e ad oggi mi ci avvicino in una maniera indescrivibile), ti cercherei ancora perchè non potrei fare a meno di te, perchè sono proprio le menti ‘razionali’ quelle che si fanno travolgere più di tutte quando vengono prese alla sprovvista…
        E io mi auguro che sia così, per te, per lei…e forse anche per me…

      • Posso solo continuare a ringraziarti, le tue parole mi lusingano e mi confortano.
        Malgrado ogni giorno sembri sempre più una storia finita, non temere, in caso di aggiornamenti i miei post non tarderebbero un minuto di più.
        Grazie, grazie, grazie.

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